Riflessioni

Bisogna imparare ad essere felici.

#apuliasummertime2019 Dreamtime

Seduta davanti alla stazione di Bari, sono intontita. Ho la sensazione di essermi appena svegliata nel mezzo della guerra. Le persone attorno aumentano il passo, corrono, sembra quasi che scorrano su binari inesistenti, velocizzate, mentre io resto lenta con la bocca schiusa, tonta. Non ho dormito e ho mal di gola per tutte le sigarette che ho fumato, sento il retrogusto amaro di tre gin lemon e un croissant. Ho il pensiero stanco che si fissa sui quadratini colorati della mia valigia che non si chiude, con le cose ancora bagnate dal mare che spuntano fuori. Le perderò? La luce è pesante, asfissiante e rinnovata: è lunedì mattina. Ma non lo capisco subito. Sento solo il presagio della novità, l’alba è stata solo poco fa. La “fine” di solito prende la strada alla lontana, questa volta mi è piombata addosso. Alla mia destra c’è seduto Ale, lui che il primo giorno mi aveva recuperato smarrita, ora mi guarda con gli occhi rossi e fuma quella sigaretta che puzza di piedi. Si fissa le scarpe con lo sguardo pieno di lacrime. Non ha la minima idea di quanto sia stato prezioso con le sue attenzioni dedicate, non troppe, né troppe poche: tipo il caffè, quella mattina. Sembra un adolescente ora lì accanto a me, ma il primo giorno ha preso il peso della mia valigia rassicurandomi, come se mi dicesse sentiti sollevata, hai fatto un lungo viaggio e ora sei qua. Avrei già dovuto capirlo che le cose non sarebbero più state uguali. Smetto di fissare Ale perché sento qualcosa arricciarmi la bocca, c’è una lacrima che mi finisce nel naso. Non resisto a quell’immagine di Elio che crolla, il nostro piccolo organizzatore sempre disponibile, sempre pronto a sparare freddure, il mio cavaliere dei calabroni sempre in ritardo.
Incido l’abbraccio dei nostri due registi nel disco del mio cuore. E allora fra i quadratini della valigia comincia a scorrere la pellicola di quell’avventura. Ha i colori pastello delle bandierine appese in Masseria, lì nel bel mezzo della campagna pugliese ci siamo noi e i Trulli. Sento i piedi nudi che scricchiolano nel cortile e il tonfo che producono i talloni nel piazzale. “Ehi è entrato il gatto in cucina, tiratelo fuori!” Camillo il padrone di casa della Masseria Pace, gesticola, strascica i piedi e come agita le mani si agitano i suoi riccioli brizzolati, voluminosi sui lati della testa. Mi dice che l’acqua non è potabile, che c’è solo vino. Passeremo tutti i giorni successivi a recuperare acqua perchè fa caldo, perchè a pranzo e cena beviamo litri di vino e di birre. Fra i fiumi di alcool scorrono le immagini di quella cucina che ogni giorno accoglieva una variopinta colazione, dove il caffè, bene primario, diventava il più acceso argomento di discussione e nell’attesa della sua uscita ci imbottivamo di croissant a tutti i gusti. La colazione era un momento conviviale e intimo da subito, c’era bastata una mattina per essere famiglia. Non eravamo la Mulino Bianco ma di sicuro un bacio in fronte per il buongiorno mi spiazzava. Non sono mai stata abituata a grandi gesti d’affetto e gli altri facevano cose del genere con grande naturalezza. Piccole cose, piccole attenzioni che accumulate hanno sfondato la corazza di cattive abitudini che c’era sul mio cuore, ogni carezza e bacio sul capo hanno fatto crescere un piccolo girasole tra i miei pensieri che erano pronti così ad accogliere tutta la positività della giornata, perchè al mattino sono tutto fuorchè allegra. Eppure mi hanno voluto bene anche così e non la smettevano di regalarmi piccoli atti d’amore quotidiano che mi hanno protetto dalla mia tristezza. Nelle gite al mare, a Polignano, a Otranto, dove una scogliera mi ha messo paura. L’acqua alta, la corrente del futuro, l’icognita della profondità. La paura è la peggiore delle mie accompagnatrici, all’inizio del viaggio mi ha abbracciato come una sciarpa a luglio e mi ha fatto sudare finchè non è scivolata via con un colpo elegante dell’arte che ci ha unito in quella terra. C’erano talmente tante cose da vedere, talmente tanta bellezza da apprezzare nei posti visitati che ho avuto male al cuore e agli occhi, come se ogni pietra di un castello o di una chiesa sfondasse una parte dentro di me. So che il giorno che abbiamo girato per Trani, forse perchè è la mia città d’origine, qualcosa è cambiato nel mio modo di guardare alla vita. Quel giorno si sono susseguiti piccoli meravigliosi e disastrosi eventi che in un domino di emozioni hanno spalancato la porta del futuro. Camminando in un tramonto attorno a Castel del Monte mi sono sentita allineata all’universo dopo tantissimo tempo, seguivo il percorso delle farfalle che indicavano la strada giusta. Ora so che c’è una strada giusta. Penso che quel posto abbia un energia naturale nella pietra e nei secoli che mi ha rassicurato. E ho visto altri con la mia stessa richiesta nei confronti del cosmo passeggiarci attorno, incrociandoci silenziosi ma con gli sguardi che raccontavano mondi.
Come un sipario la velocità densa del sole, una palla tonda che cala sulla linea dell’orizzonte, mi ha assicurato che l’ineluttabilità del divenire non è sempre così spaventosa. Mi sembrava che tutta l’angoscia passata nei due anni precedenti a questa estate fosse esaurita all’improvviso come una candela spenta da uno spiffero di vento. Come se nella stanza della mia anima si fosse aperta una finestra e un uragano avesse spazzato via l’aria stantia di preoccupazioni e sensi di colpa. Sdraiata sull’erba, in compagnia di una persona amica e un sax che suona in sottofondo mentre il cielo esplode in fiamme, come la mia vita all’improvviso. Resta di me l’energia melanconica e dolce amara che annuncia la sera ma posso dire di non essere più triste. Perchè l’arte mi ha protetto, perchè alcuni mi hanno protetto da me, perchè da tempo prima mi ero messa in cammino. Non so che magia abbiano fatto i miei compagni di viaggio, forse era la bellezza di un obbiettivo comune come quello di aiutare la ricerca, il fatto che si dovesse fare il massimo non per essere il migliore ma per donare il meglio di se, ma rispettando le mie inclinazioni naturali mi hanno salvata dai miei auto-sabotaggi.
La consapevolezza della mia indipendenza costante, della mia tendenza alla solitudine e il desiderio di una finta libertà dalle emozioni mi aveva congelato il cuore, e questa vita mia ha sorpreso. Ancora.
Un grazie speciale va al mio coach Nicolò, maestro di risate pungenti e imitazioni che ha cercato di valorizzare le mie potenzialità senza snaturare la mia identità. Dice che sono Mina a quindici anni. Ha condiviso degli insegnamenti con me ma prima di tutto mi ha regalato una chiave per leggere il mondo, per alleggerire il mondo profondo. Con il compito di scrivere dodici poesie su cose belle per ogni mese dell’anno, ho riscoperto particolari e gioie che la vita di tutti i giorni ci fa dimenticare. Ho scoperto una raffinatezza d’animo celata dalla mia apatia prepotente. Quella notte si è rotto il pullman per la seconda volta sulla strada del ritorno, mi piace pensare che è crollato qualcosa anche dentro di me in quel comico momento dove l’autista accusava “gli indiani, gli indiani” con le luci spente in una curva che neanche Gardaland. I più curiosi possono chiedere a Nicolò di raccontare la scena vista live… Erano le tre di notte e annunciavano la conclusione di un ritmo sonno veglia sano, preferivo le risate al cuscino. La compagnia alla solitudine. La mia prima partita a Risiko dopo una spaghettata improvvisata, la nutella in faccia e così anche la notte successiva siamo andati a letto all’alba. Una partita di calcio mista con un vero American Barbeque fatto con amore e pieno di sorrisi, tutti stretti e vicini per poter chiacchierare meglio. Una pizzata molto desiderata con l’apertivo di gelato allo zenzero. E tante, tantissime canzoni improvvisate urlate a squarciagola che ti sfondano la lingua e attraversano il tetto di un pullman, avvicinano l’oceano e le distanze linguistiche, sdoganano le differenze culturali. “Gelato” usato al posto di “Volare” e siamo tutti più contenti, specialmente quando prende piede I’m Yours in mezzo ad una piazza una sera in città e suoniamo bottiglie e ciabatte. Basta davvero questo per essere felice? E cosi scopro che ho paura di essere felice. Che non è solo una vita ingiusta, un amore sbagliato o la morte di una persona cara l’ostacolo alla felicità. È la paura di affidarsi, di vivere, la paura di valere qualcosa per gli altri e per se stessi. Forse volevo combattere all’infinito il mio desiderio di leggerezza e convincermi finalmente che la vita diversa non è raggiungibile per me. Perchè la felicità pensavo avesse il prezzo, e prima o poi avrei dovuto scontare ancora la sofferenza provata in passato, per l’ultima volta due anni fa in cui ero piena di gioia. Ma ogni felicità è indefinibile proprio perchè è diversa. Lo sai e basta che sei felice. E questa mi ha trascinato dentro alla mischia senza accorgermene, uno passa due anni a proteggersi, a diventare impermeabile e basta una canzone, un bacio sulla fronte, una mano, una foto a riaccendere il fuoco che hai dentro. Ho smesso di essere la fotografia sbiadita che avevo fatto di me e ho cominciato ad essere una persona a colori, questo perchè ognuno dei miei compagni si è preso a cuore di dipingermi qualcosa, a suo piccolo modo si è preso cura di me. Tutti ci prendevamo cura di tutti ed era un piacere per lo spirito osservare gesti di gentilezza tra le persone. Alcuni mi hanno riconosciuta anche sotto quella coltre di nebbia milanese di cui ero travestita, gli sono grata. Tanti artisti tutti insieme che comprendendo le sfumature delle intenzioni perchè è la loro fonte di ispirazione e una buona dose di fortuna nel farci incontrare così, ha fatto di noi casa. Ricordo di aver provato una strana sensazione l’ultima sera dicendo “quindi sta sera andiamo in giro o torniamo a casa?” come se la parola “casa” l’ascoltassi fuori da me ma uscisse naturalissima dalla mia bocca. Ho abitato finalmente un luogo diverso dalla mia testa. Ho usato tutta la mia astuzia e agilità giocando a Ninja ridendo di cuore quando perdevo. Ero contenta di perdere per vedere come avrebbe vinto qualche mio compagno di viaggio, non mi era mai successo. Siamo tutti in un mondo di insicurezze travestite da grande cinismo e consapevolezza, in una società che ci gioca contro con le sue richieste che tendono ad uniformarci e peggiora giorno dopo giorno ma in questa bolla temporale ho scoperto che non sono sola, con un panzerotto condiviso in sei, perchè nessuno aveva pranzato. Che funziono meglio in compagnia. Fiumi e connessioni scorrono al di sotto delle parole, tanto che un canadese, una giapponese, un hawaiano, un croato, un neozelandese, un americano e uno spagnolo (non è l’inizio di una barzelletta, forse) diventano parte della tua quotidianità, contaminano la tua arte, a ricordarmi che tutto il mondo è paese. Dove una cattiva pronuncia diventa un accessorio sexy e gli insegniamo un sacco di parolacce che useranno in contesti inopportuni rendendoli esilaranti. Pensavo, dopo le ultime storie, di essere immeritevole di felicità, di amore, di attenzione perchè mi vedevo pesante, complicata, profonda, brutta, malinconica ma loro hanno lasciato stare tutto questo con grande naturalezza, arrivando al cuore. Bisogna imparare a lasciarsi andare, bisogna imparare ad essere felici. Così uno balla, canta, beve, fuma, ride, gioca e si spacca la testa per terra dopo una presa di danza, facendomi un bernoccolo enorme che mi rende di nuovo l’unicorno spensierato che ero una volta. Sento i titoli di coda del nostro film arrivare, gli abbracci addormentati nella notte conclusa, le palpebre stanche e il treno mi porta lontano mentre mi addormento guardando il mare. La realtà piomba nella voce dell’annuncio del regionale veloce che mi avvisa di essere arrivata alla “Stazione Realtà-Milano Centrale”. Mi cala addosso il mutismo come in un film in bianco e nero ma penso al futuro con meno paura adesso. Forse alcune cose non le ho ancora comprese mentre trascino la mia valigia che sembra più leggera sulla via di casa, devo lasciarle decantare come il buon vino. Non so come mi sia capitata questa occasione ma mi sento fortunata come chi vince la lotteria, ricca all’improvviso. Ascolto la canzone di Jene il coach di danza, dice: “Everything happens for a reason, every little things happens for a reason…” ora lo credo davvero e le mie palpebre finalmente si chiudono, su questa bolla nel tempo che mi rimarrà incisa addosso. Domani mattina suonerà una nuova sveglia, tornerò in metro, al lavoro, ma per oggi sto con la mente ancora in quella cucina, in una colazione caotica, in un bus che si rompe e canta, su un amaca, in una città pugliese, dentro un abbraccio, sotto la volta celeste, nel morso doppio di un panino, in un sorriso, in un sospiro, nel vento.

Miriam, venticinqueanni e un lavoro da cameriera. Leggo, scrivo, disegno e racconto storie.

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