Riflessioni

Meticcia.

Comincio a sentirmi tirata in causa, sí perché faccio parte del meticciato… C’è questa generazione in Italia, non cascate dal pero. Ho almeno tre amici come me, che giuro non hanno nulla di strano, anzi. Sí, per chi se lo fosse scordato o non lo sapesse, io faccio parte dei “mezzosangue”, ho la mamma pugliese e il papà marocchino – immigrato. Sí, sono bionda con la pelle bianca latte e non sono figlia dell’idraulico, i tratti arabi ci sono e chi ha sentito mio padre ridere o lo ha visto entrare in una stanza riconosce che sono la sua fotocopia. Non ho mai esposto un mio pensiero su questa doppia identità e appartenenza, nonostante l’argomento mi sia stato sempre a cuore, perché è già difficile così, ma l’inutile polverone sollevato dal “fan club del capitano” attorno alla vittoria solo politica di Mahmood a Sanremo mi tira in causa e mi indispone. Premetto per il fanclub giallo-verde che Mahmood non è il mio genere musicale preferito, Ultimo mi piace come mi piacciono tanti altri e non condivido il metodo di voto, comprendo e non giudico l’irritazione di Ultimo, ma onestamente riconosco nel vincitore una voce accattivante, un bel tipo fresco, qualcosa di brillante, un ritornello memorizzabile e una tematica attuale (anche se fate gli gnorri) e soprattutto, e questo sí, è soggettivo, un testo in cui mi riconosco frase per frase, un piccola rivincita personale. Non mi dispiace che abbia vinto lui. Se però la canzone la cantava un figlio di divorziati italiani diventava un inno sociale. Esperienza storica e gusti a parte, trovo sconfortanti certi commenti, l’utilizzo politico e giornalistico di questa vittoria. Meticcia non mi ci aveva mai definito nessuno… Prossimo Sanremo chiediamo il pedigree ai cantanti! Come alle gare canine: per le razze.
Mio padre è il nemico numero uno di Salvini, un immigrato debosciato. Domanda per la lega: e noi? Noi che l’immigrato ce lo abbiamo in casa che dobbiamo fare? Io che il mezzo immigrato sono io, che devo fare? Un piede in mare e un piede a terra? (per gli ottusi: la domanda è volutamente provocatoria) Eppure io sono cresciuta all’italiana. Io sono Italiana. E non per la squadra che tifo ai mondiali, o per la cittadinanza su un pezzo di carta, ma per la famiglia in cui ho vissuto, per le sue tradizioni tipiche, il cibo, i matrimoni, la storia, la meraviglia artistica e perché vivo nelle case popolari e vedo la guerra fra i poveri che c’è nelle periferie, lo sfacelo in cui la metà delle famiglie verte qui… Perché i terroni erano gli immigrati di una volta e perché nonna ha fatto la guerra e “la fame è ‘na brutta cos”, la condivisione è un valore quasi sacro. Avrei un milione di motivi per dire “prima gli italiani” “aiutiamoli a casa loro”, io che non sono figlia di papà, che se voglio fare la patente o il corso d’arte ne devo portare di piatti ai tavoli! Fidatevi è faticoso. È faticoso perché il pregiudizio è radicato in noi, tutti noi, nei confronti del diverso. La domanda che mi hanno rivolto più spesso è: “da dove viene questo cognome?” Quando dico che mio padre è marocchino, vedo lo stupore che attraversa in maniera diversa i visi, alcuni curiosi, altri rigidi. La gente che mi conosce solo per nome e poi scopre le mie origini si stranisce: sono una cameriera meno adorabile e sveglia se sono un po’ araba? Sono un’ attrice meno comica se sono un po’ nordafricana? Disegno o scrivo meno bene se sono figlia di un immigrato? Ho sempre sperato di essere giudicata per il mio impegno e per il mio talento e non per le mie origini, nonstante raccontino qualcosa di me… E anche se la mia infanzia scorreva su due culture diverse e parallele, sono cresciuta fra le differenze, fra le testimonianze e le storie strane, il pregiudizio è radicato pure in me. Quando mento e dico che “sì! Mio padre è israeliano” come se loro fossero “meglio” e mi sollevasse da non so quale spiegazione. Quando faccio finta di nulla perché parenti e amici si scordano che sono meticcia e offendono “quei marocchini di merda” e devo ricordarglielo ridendo “ma si, tu sei una marocchina ok, cioè di quelli bravi”, ma che ne sapete? Quando penso che in fondo è una fortuna avere un nome italiano, i capelli biondi e la pelle da protezione 50 per passare inosservata. Quando inveisco contro zingari e cinesi, o gli indiani con le rose, eppure mi offendo quando mi chiamano “alibaba, qua non siamo mica in Marocco fai le cose come noi”, come se fosse un umiliazione, c’è un immensa piccolezza e volgarità in questo genere di ironia. Ecco, il malcontento di cui ci nutrono, appartiene a tutti, sta proprio nelle piccole cose. Il diavolo sta nei dettagli, nelle disattenzioni quotidiane che fatichiamo a riconoscere, perché sono abitudini. Finché non ci toccano pensiamo di essere immuni alla banalità del male.
Non mi interessa far la predica a nessuno, siamo tutti un po’ oscuri, siamo tutti soli, e questa canzone può piacere o no, anche a me piace di più Battisti, só gusti vostri, ma in un periodo storico come questo bisogna imparare a fare attenzione e discernimento. Ci sono le PERSONE e le loro storie, impariamo a rispettarle, tutte.

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare.”

Miriam, venticinqueanni e un lavoro da cameriera. Leggo, scrivo, disegno e racconto storie.

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