Riflessioni

A spaghetti story.

(Come finisce davvero un amore)

Partire,
Per abbandonarsi
Lasciare l’idea di se stessi.
Siamo obsoleti ad ogni istante in più che passa? Vorrei allora aggiornarmi come un PC in una sera, invece giro a vuoto su un 60% che rotea con tutti questi pallini sullo schermo.
Irrisolta.
L’involucro l’ho lasciato a casa.
Vola l’essenza.
Sto dall’altra parte d’Europa
mesi
ma tu sei ancora qua.
Nessuno, distante chilometri,
che ti abbia inzuppato per sbaglio di lacrime il cuore potrà essere scordato.
La terra conserva la memoria dell’acqua piovana? Io, fiore di cactus.
Sei come le infiltrazioni in bagno,
continuo a chiamare l’amministratore di condominio perché se ne occupi ma mi piace  litigare con l’inquilino di sopra. Meglio così che un “ciao” freddo nella luce al neon di un ascensore. In quello specchio sembro malata.
E poi, a quel punto della storia ti avevo già citofonato per tutti gli ingredienti.
Il primo amore è una matassa che non so sbrogliare, è il filo nell’ordito che non si vede sull’arazzo.
Nella trama della mia vita, quando sorrido, quando mi presento a qualcuno, si vede che mi porto addosso il bandolo della malinconia eterna di te. E di tutte quelle storie che spezzano un bambino in frammenti taglienti e colorati come un cd non registrabile che non è buono più manco a cacciare i piccioni dai davanzali.
Tu invece su quel disco ci ballavi: ero il tormentone dell’estate,
la colonna sonora per un bacio al sapore di merendine,
la ninna nanna su un cuscino per due sbavato di rimmel, ci divertivamo, ballavamo, sudati ed esausti di risate.
Di lotte e parolacce.
Poi ho preso polvere,
sono passata di stagione
Sono crollata come un titolo finanziario e i frammenti sono saltati luccicanti e affilati nello spazio:
– “Vorrei non averti mai conosciuto!”
ogni tanto lo penso ancora, quando mi commuovo guardando la fine di Kate Winslet e Jim Carrey in quel film. Eravamo anche noi così? Una ragazza esuberante con una felpa preferita e un artista ombroso e razionale? O più distruttivi e geniali come Maria Elena e Juan António?
– Ma tu mi hai tradito –
E mi viene in mente così, mentre stringo una mano, o conto il resto al supermercato,
anche quando faccio sedere la vecchietta sull’autobus. Come si fa a non avere l’ombra del dolore tatuata in faccia dopo che sei sopravvissuto a questa bugia? E allora scappo più lontano con la mente, con lo sguardo, con le mani e le dita. Evado. Dico qualcosa per far ridere gli altri, ormai sanno che ogni tanto mi spengo. Tremo come la luce quando cala la tensione.
E nelle orecchie un suono cacofonico e perpetuo mi stordisce, per non concentrarmi, perché se mi fermo, io mi punto su di te, e mi spillo al cuore il tuo sorriso da cinese. Allora per non urlare di dolore per quel momento perforante, sottile e preciso, sorrido anche io, con gli occhi all’ingiú – perché non ti ho detto la verità, perché mi hai lasciato cadere? E quando per sbaglio qualcuno pronuncia il tuo nome, un nome comune, per me è un ago appuntito che attraversa l’atmosfera attorno e raccoglie tutta la velocità mentre il tempo rallenta e si condensa vicino al mio orecchio. Tutto attorno è fermo. Mi blocco. E la potenza accumulata nello stop si scaglia affilata come una freccia nel mio timpano. Riaccende la realtà. Credo che buchi la mia anima da parte a parte arrestandosi tra quelle cose umide che ognuno di noi nasconde persino a sé stesso, perché non saprebbe da dove cominciare ad asciugarla tanta miseria.
La verità è che non voglio sapere più niente di te. Allora urlo per non sentirti, dannazione.
Con la testa fuori dal finestrino di una macchina che corre, con la musica alla radio.
Tutto questo indie di sabato notte lo canto a squarciagola.
Chiudo gli occhi, inspiro l’aria afosa e scopro com’è per un secondo essere libera.
Vorrei che tu non fossi più con me, ma se manchi tu, c’è l’assenza di te e non ho un cuore elastico come Sia.
Non li so riempire io i ricordi omessi, i vuoti d’aria.
Come fai tu.  E che dopo di te con il mio cuore posso solo scolarci la pasta:
– “E allora carbonara in questa notte amara…

Novembre 2018

Miriam, venticinqueanni e un lavoro da cameriera. Leggo, scrivo, disegno e racconto storie.

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