Riflessioni

Cronache di una cameriera ai tempi del Covid-19

È la prima volta che trovo il lunedì interessante. Dopo un weekend serrati al fortino di casa. Anche se io ci sguazzo nella solitudine casalinga. Uscire, camminare, respirare anche solo per il tragitto, incontrare persone (poche), avere per la testa mansioni da adempiere. Quelle mansioni meccaniche che ti distraggono. Lavorare in un bar ti mantiene attivo,
e in pericolo.
Il lunedì dopo il decreto, il meteo sembra voler assecondare le idee folli di un Dio con velleità scenografe. È nuvolo. Nuvolo da pioggia ma l’aria è gelida. Sollevo lo sguardo oltre il cappuccio e il sole è una macchia sbiadita dietro una coltre di nubi di sabbia; ha un’aurea sbattuta, come se si fosse un po’ stancato di splendere. L’aria ha un sapore diverso, sa di profumo che ho sulla sciarpa alta fino alla bocca, più per il vento che spira, che per proteggere le mie vie nasali con una barriera coatta. Respiro pesantezza e freschezza di una corrente che non è più umida, non trasuda smog da tutte le parti: mi ricorda la collina, la montagna. Riempe e pesa. Inspiro profondamente, ricordandomi ad ogni inspirazione che sono in mano ai miei polmoni in questo periodo storico.
– “Se il respiro è del tutto instabile, la vita non vi appartiene.” – cita da qualche manuale orientale la mia capa. Non fumerò più il venerdì sera con la stessa spensieratezza.
La via è colma di macchine parcheggiate ma non incontro nessuno da salutare. C’è sempre qualcuno che scende a comprare il pane, le sigarette. È un piacere dolce-amaro non dover sfuggire, cambiando marciapiede, alla signora del settimo piano che vuole farsi gli affari tuoi. Nessuna pettegola a spasso col cane, nessun anziano che si lamenta di come proseguono i lavori di ristrutturazione dello stabile. O discussioni con la portinaia e racconti sulla comunità dei gatti orfani. Solo alcuni muratori che urlano: “Andò! Antooò! ANDOOONIOOOOOO!” – i miei uccellini di Biancaneve. – E mi allontano a passo svelto dal rumore irritante e soffocato di un trapano.
Fuori ci sono solo i pazzi. Uno fra i tanti, famoso nella via, passeggia sulla corsia a senso unico.
Le macchine contate che gli sfrecciano accanto gli strombazzano insulti rinchiusi nel quattro per quattro, rimbalzano nell’abitacolo. Sta mattina, complice il periodo storico, avrà sentito una qualche strana vocazione. Vede le aure, sente le voci. Lui cammina con le cuffie più grosse della sua testa sulle orecchie e con gli occhi fuori dalle orbite prosegue la sua cadenzata passeggiata nel vicolo, sembra lunghissimo, e non siamo in Corso Buenos Aires. È solo una via di periferia, impregnata dall’odore di soffritto e sugo che scappa dalle finestre dei piani bassi. Gli aromi famigliari, mi ricordano che è ancora realtà quella intorno a me, ancora quotidianità. Torno a guardare di sguincio il matto, chissà mentalmente dove sta andando, sarà bene che non mi faccia vedere o mi chiederà di cantargli una canzone e partecipare assieme al prossimo Sanremo. Affondo sempre di più nella mia sciarpa e affretto il passo ritmato dalla para dei miei anfibi. L’ultima volta che l’ho incontrato in cortile, quell’uomo, tutto ubriaco, mi ha detto che una voce gli ha parlato in inglese. – “ECCO, ecco… La senti anche tu?” – Si era seduto sul cellulare, quelli senza touch. – inutile che vi dica che era la segreteria telefonica…
Svolto l’angolo e la scuola elementare è deserta, la primavera è esplosa silenziosa, sembra una bambina offesa in questo palcoscenico muto d’un inverno che non ci vuole lasciare, non si è sfogato come voleva. Una folata scuote il ciliegio, e mi piovono addosso minuscoli petali rosati, la magnolia invece, non ha ancora fiorito. È più saggia, più lenta. Fiorirà quando sarà finito tutto questo e inebrierà col suo dolciastro profumo l’angolo di una via popolare.
Sento solo i miei passi sul cemento, qualche macchina che sfreccia, mi ascolto respirare.
Incontro due vecchie con i guanti in lattice che parlano, indovinate di cosa? Del coronavirus.
Vorrei domandargli per quale curioso motivo si dirigono verso la metropolitana ma lascio perdere e borbottando proseguo per la mia strada. Vedo le cornacchie fare a pezzi confezioni vuote e lucide di patatine. L’accompagnamento delle sirene spiegate in sottofondo, staranno trasportando qualcuno? Ormai le ascolto con una certa frequenza, forse c’erano anche prima e non ci facevo caso, ma i cani ululano quando le ascoltano e regalano un aspetto ancora più infelice e sinistro a quel suono stridulo.
Se fosse tutto architettato da un regista di un’apocalisse zombie, gli farei i miei complimenti per l’ambientazione, e sarei curiosa di sapere come prosegue la storia.
Le scale della metropolitana, deserte. La banchina vuota. Si sale in metropolitana e ci si squadra, oggi ho l’outfit di Katniss Everdeen nell’arena. Sto andando in guerra?
Abito al capolinea. Nel vagone vuoto, che neanche l’ultima corsa di mezzanotte ho visto così, ci affrettiamo a prendere posti agli angoli estremi delle sedute. Fra noi: zaini, borse, metri, sciarpe, paura, dolcevita tirati su fino al naso, mascherine e diffidenza. Non avevo mai ascoltato così tanto silenzio assieme a Milano, su un mezzo pubblico; riscopro i movimenti impercettibili negli sguardi delle persone. Guardano tutti chi sale alle fermate. Sembra che ognuno sappia dove si deve mettere, più lontano possibile dagli altri, nella sua zona. Giriamo come se avessimo crinoline di un metro a sorreggerci una pomposa gonna di ordinanze e distanza. Non dico che rimpiango le ascelle pezzate in faccia a Luglio, o gli ombrelli utilizzati come armi da sfondamento nelle giornate di pioggia per salire su treni troppo affollati, ma sarebbe bello se almeno ci guardassimo in faccia. Stiamo tutti sulla stessa barca. Mi accorgo che la metro sa di disinfettate appena metto il naso fuori dal giubbotto. Ci osserviamo di sguincio, ci squadriamo, tutti con le mani in tasca, con i guanti. Nessun elemento di probabile pericolosità pare salire alla stazione successiva. Lo dice lo scanner che fanno con gli occhi. Ma che ne sappiamo poi davvero? Magari siamo tutti infetti e non lo vediamo. Non cerchiamo il malato, sarebbe impossibile e stupido, cerchiamo la mina, quel tizio che non rispetta le distanze, le regole tacite e implicite della civile calma apparente che si articola sui mezzi pubblici, nei luoghi comuni. Sospensione e dubbi.
Guardo le storie su Instagram nell’attesa che passino quei dodici minuti di tragitto rinchiusi tutti in una metropolitana. Vedo che i detenuti hanno dato fuoco a San Vittore. – “Benvenuto medioevo!” –
Mi alzo con l’accortezza di non toccare gli appositi sostegni sponsorizzati da cartelli appesi a destra e sinistra. Se cadi e fai causa all’ATM loro possono dire “te le avevamo detto”, credo sotto-intendano questo. Però sono anni che prendo la metro, immagino di surfare nella mia mente. Ho un ottimo equilibrio vista la costanza e la frequenza. Baricentro basso, ginocchia flesse e mobili, parallela al senso di marcia assecondo con il peso la direzione. Con le mani in tasca. Perché sono distratta, e ho la cattiva abitudine di toccarmi la faccia e i capelli mentre sono sovrappensiero, e io sono sovrappensiero sempre. Esco guardandomi le spalle, osservo da lontano i movimenti dei percorsi delle persone, non voglio sbattere contro nessuno. Prima di questa storia la gente si andava addosso senza chiedere neanche scusa. Siete mai stati al cambio di Cadorna fra verde e rossa? C’è una porta spazio temporale generata dall’energia della gente che viene e la gente che va, e se non stai attento ti ritrovi trascinato nella corrente sbagliata, come una mandria. È difficile farsi strada in risalita come i salmoni. Ma oggi è un lunedì da corona virus, il terzo per l’esattezza da quando è stata dichiarata l’emergenza ed in giro la gente continua a non sapere dove sta il suo centro, il suo corpo, ma è talmente terrorizzata di incontrarsi che si proietta nella direzione conosciuta, marciando negli spazi vuoti che ci separano. Videoproiettori alle banchine mandano Amadeus a tutto volume che ci racconta come lavare le mani. L’omino delle pulizie della metro con la sua scopina arancione indossa la mascherina. Chissà se mi ha sorriso sotto quel cerchio bianco, come faceva prima. In direzione Centrale poca gente, vedo una valigia. Torna o parte? Alla mia fermata scendiamo in tre, – wow! – Salgo lo stesso le scale normali, su quelle mobili di solito la gente ti sta così attaccata da metterti i gomiti nei denti e devi avere tempo da perdere. Sarò più tonica con tutti questi scalini alla fine di questa storia. In superficie una via centrale, deserta. In lontananza ancora, il rumore dell’ambulanza, una sirena per l’ospedale San Giuseppe. Arriva una folata di vento, sa di bruciato. È il carcere, o la società? Spirano venti di fuoco. – Il Pirocene – così qualcuno ha ribattezzato la nostra era.
I cantieri abbandonati a cielo aperto della M4 sono tristi, rovine di una città vuota. Mi sembra di vivere a Berlino Est. Scenario post bellico più per l’aria che tira, che per il cemento divelto che qualche malcapitato operaio sta lì svogliato a controllare.
Voglio entrare al bar urlando “Buongiorno Baghdad!” con l’allegria di Robin Williams alla radio di “Good morning, Vietnam.” ma il mio capo dal vetro mi anticipa, sorridendo come se mi avesse capito già, forse anche lui è disperato allora mi annuncio complice con una risata nervosa, perché adesso siamo tutti nella merda.

P. S. Chi può, stia a casa.

Miriam Oufatah

Miriam, venticinqueanni e un lavoro da cameriera. Leggo, scrivo, disegno e racconto storie.

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