Riflessioni

– Viaggio dentro la mia testa. – Pilot: “Pensieri sparsi della domenica.”

Episodio pilota. *

Solo un pazzo può restare sano di mente.”

Mi sto squagliando nelle superfici morbide di casa mia. Cerco la soluzione a questo stato simil-liquido stendendomi e sedendomi in posizioni scomode: io non so perché le trovo confortevoli! Persino quelle con la cervicale che preme su una piastrella fredda, forse finalmente sto dritta. Ginocchia sotto il mento a volte, infilzate nei buchi della gola. Mi sdraio con le gambe nude sul muro, cammino con i piedi in aria, preferisco vivere senza pantaloni, ho freddo alle cosce, si tonificheranno. La parete è gelida, in certe parti ruvida. Ho la pelle d’oca. Macchie di zanzare morte, buchi di quadri appesi incorniciati di bianco stucco, stona sul muro celeste; tracce di mini proiettili di ricordi che ho martellato chiodi per scacciare mancanze, appese. Quadri di sorrisi, di amici, di baci, cornici di plastica colorate e vetri in plexiglass, pagate pochi euro, forse la mia memoria merita di più? Ma sono rapporti fuggiti la maggior parte. Perché facciamo le foto? Ci illudono che le sensazioni provate e impalpabili siano accadute davvero se sono stampate su carta colorata, le prove plastificate. Non mi sono immaginata la mia adolescenza, esiste appiccicata al muro. I colori sono veri? Se io ho sempre chiamato blu quello che per te è rosso, ma ho imparato a chiamarlo così, è oggettivo? Approfondirò l’argomento.

Dondolo con il piede pallido uno dei quadretti in bilico, sorrisi smaglianti e abbracciati che si muovono, e di conseguenza le successive smorfie: così un muro prende vita, con una folata di vento, una vibrazione. La finestra spalancata, la tenda mi accarezza la fronte. Non so se sono ancora nel presente. L’archivio della mia memoria mi proietta in quella foto, luce impressa, e mi racconta un episodio scordato. Quella volta che ci siamo persi in tangenziale per andare al bowling, un pomeriggio di studio in aula viola, un sera al bar uguale ad un altra, con un caffè, una birra, forse la pioggia; un giorno qualunque, Gennaio? Giugno? Un momento qualsiasi nel calendario di una vita. Attimi a cui non fai mai caso, scorrono, nulla di eclatante ma hanno influenzato il corso degli eventi? Entra venticello fresco, un brivido dalla nuca mi rilassa l’ansia di questi giorni che mi obnubila i ragionamenti. Fiato corto e pancia in una bolla. Ho sovraccarichi temporanei nei canali che trasportano paure e pensieri apocalittici, il terrore dei titoli di testa dei giornali è un soffio, una folata sul fuoco di un falò di certezze e abitudini che abbiamo bruciato in nome della responsabilità collettiva. Ci scaldiamo le mani, le strofiniamo tra loro in quella freddezza che la distanza di sicurezza e di sapone ci impone. O ci bruciamo, o ci ammaliamo.

Finita questa storia correrò ad abbracciare le persone a cui voglio sinceramente bene. Perché sono un’anaffettiva cronica. So già che non sarà come me lo immagino: catartico come una corsa nei campi, un salto e una stretta tra le braccia, con i soffioni e le margherite che svolazzano attorno, in un giorno di sole splendente da far male e il cielo azzurro sullo sfondo. Nemmeno si tratterà di ombrelli dalle fantasie sgargianti rovesciati a terra, abbandonati al cemento, e di baci romantici inzuppato con le felpe in tinta e i capelli bagnati e sexy. Non appiccicati alla testa, informi. Nella realtà sarà essenziale e sfuggente, come me, vago, con una pressione dei corpi adeguata e leggera, superficiale contatto di epidermide e tessuti. Poche volte ho sfiorato intensamente guancia a guancia un viso, orecchie incastrate, la sensazione di intersecarmi nell’anima di qualcuno. A volte ho sorretto lacrime pesanti di amici fragili in frantumi. A volte ho preso la scossa di un amore impossibile e platonico nell’odore di un giubbotto, di un collo, a volte la chimica era un abbaglio, era colpa del detersivo usato dalle loro mamme. Mi innamoro di bellezze semplici, di profumi e ammorbidenti. Abbracci nel buio spalancano le finestre dell’universo. Ho cinto la speranza e l’allegria, l’entusiasmo di qualche lieta notizia. Complimenti e congratulazioni sono riempitive se sincere, spigolose sempre, mi ricordano certe occasioni dove non ce l’ho fatta. Spine nel fianco le dita strette alle costole in quelle feste. Almeno sincera con me e con il testo, non sono gentile, ne immacolata e buona. Ho abbracciato con l’invidia vuota in pancia la felicità di altri ma ho anche onestamente sfiorato la nuca, le spalle, dei successi altrui. Ho compreso proprio da quei contatti la verità dei miei rapporti. L’autenticità di riconoscere qualcuno dalle sue forme, dalle sue lacune, aggrapparsi all’incavo delle scapole e volare, atterrare all’ombra delle dune dopo aver passato tempi afosi e distanti. Alimento immagini dei miei occhi che stanno guardando i miei avambracci, i miei braccialetti, mentre in realtà osservo dentro all’altro il suo baratro. Non mi fermo al neo del mio polso, col calore di uno stomaco sul mio, amico nemico, non mi importa. L’intimità ha chiuso la porta, l’abbraccio è un giro di chiave nella serratura dei nostri pensieri. Smetterò di utilizzare solo parole per accarezzare le persone, l’ho sempre fatto più per pudicizia e per paura eccessiva di invadere spazi, di rimanere incastrata in un emozione. Ma nessun ottimo senso dell’umorismo saprà competere con la pelle che si sfiora per sbaglio, lo scatto. La spinta dell’imbarazzo.

Gli uccellini cinguettano ancora mentre attorno s’adombra la stanza. Svuoto la testa fuori dal materasso. Ho il sangue al cervello, le riflessioni scivolano sul pavimento, formano una pozzanghera, porta bidimensionale in cui precipitare. Osservo il tetto dei palazzi di fronte a me. Scruto le foglie verdi e ruvide, hanno delle righe fra le venature. Non lo avevo mai notato. Ci son le briciole dei biscotti che ho sgranocchiato prima, sulle piastrelle bianche e rosa di marmo, le sto pulendo con i capelli rovesciati a terra. Sono una scopa di saggina a tempo perso, o un pennello con setole di chioma, dipingo sul pavimento ghirigori, arabeschi e scarabocchi da blocco note vicino al telefono fisso. Sapevo che qualcuno li interpretava, quei disegnini sovrappensiero affianco agli appuntamenti e i numeri: le spirali rivelano una mente confusa, dicevano, e stressata. Ma come faccio ad essere stressata se sono dodici giorni che non lavoro? Che non cavalco corridoi fra la gente ai tavoli schivando le teste dei clienti con i piatti? Ma il ricordo di un ritmo frenetico è già una considerazione troppo contorta per la mia mente lassa, mi si sta afflosciando il cervello in questa quarantena. Avete mai tenuto in casa un palloncino gonfiato ad elio? Se non scoppia sviene e si svuota pian piano. Già la mia è una predisposizione malinconica, introversa e depressa, se mi abbandono ai riflessi e i pensieri, che siano almeno fantasie distorte e complesse, che alimentino la velocità del tapis roulant su cui corre la mia materia grigia. E le sostanze chimiche lì, nel mio cervelletto troppo ossigenato dal sangue che arriva con la testa capovolta, non si sballino troppo.

Da bambina facevo questa cosa per dissociarmi dalla realtà, come girare su me stessa a braccia aperte per un pò, in quel periodo avevamo delle orrende piastrelle a coriandoli marroni, bianchi e neri. Una fantasia anni cinquanta di bassa qualità. Mi mandava in un’ altra dimensione, quella stupida giravolta e poi mi sdraiavo, cascando a terra a contare per ogni piastrella quanti coriandoli c’erano. Ma erano sovrapposti e così era abbastanza impossibile sapere il numero esatto. Mi rendo conto di avere uno spazio vuoto nella mente talmente ampio, come un deserto di sale della Patagonia, che di solito lo occupo con visioni ipotetiche assurde ed improbabili. Fantasia preda delle tempeste di sabbia. Ringrazio l’autore di Scrubs per aver dato voce a noi poveri visionari della vita reale, per non sembrare degli imbecilli quando sogniamo ad occhi aperti, in fissa, situazioni di piani paralleli. Che magari in universi concepiti solo da noi esistono. Forse io e Keanu Reeves siamo davvero marito e moglie in qualche altro atomo di mondo. Certo, certo, adesso è il momento di pensare “e se fossimo nel sogno di qualcuno?” palline di vetro che Dio rovescia quando vuole vedere nevicarci in testa merda e cose così, ma ho il cervello pigro e il cane comincia a leccarmi la faccia paonazza e la vena sulla tempia impazzita.

Mi sollevo in preda ai capogiri con l’eleganza improbabile con cui di solito esco dalla piscina; arrampicandomi sul bordo di cemento con il costume incastrato tra le chiappe e le ciocche di capelli bagnati in bocca. Non vincerò mai la grazia a nessuna lotteria, ho delicatezza di spirito certo, ma sono sguaiata. E anche se vestite un cavallo selvaggio da Coco Chanel non sarà mai un immagine di eleganza limpida, come l’acqua di montagna che scorre. Sarà fiero, sarà affascinante, estroso, seducente, delicato, pacchiano, con le trecce, ma mai elegante come chi nasce longilineo e leggero di natura. Energia da educare nei limiti del genio e sregolatezza, nel frattempo la testa mi pulsa e gira. Seduta sui talloni scruto la cattiva recitazione dei reality di cucina che scorrono in sottofondo sul televisore, macchie che si muovono. C’è il muto. Sono come le vecchie che usano la Tv per farsi compagnia. Le lucine a forma di cuore, appese dietro, sembrano ghiaccioli con lo stecchino di lampadina – ho fame. – Le mie papille gustative rilasciano saliva in bocca che mi ricorda il sapore dello sciroppo all’amarena. Il potere della sinestesia. Sì, il filo di luci è rosso. Contrapposto alla tapparella verde, ai muri azzurri, alla spalliera dorata, all’armadio marrone e gli specchi sono da lavare. La devo smettere di metterci sopra le mani quando apro le ante per prendere le felpe!

Da bambina adoravo insozzare gli specchi e i vetri della colonna di zia. Erano specchi a fantasia, tipo dipinti, poi qualcuno li ha rotti (non io!). Gli anni di sfiga abbiamo smesso di contarli. Se erano già macchiati da qualcun’altro non capivo perché zia non volesse proprio le mie macchie d’autore, del Fruttolo alla fragola (anche quello) sui suoi. Il più buono di quegli yogurt era alla banana, risento il suono del cucchiaino di metallo che sbatte sul fondo di plastica cercando la crema densa raccolta sul bordo ovale. L’ultimo boccone aveva il sapore di ferro del cucchiaino, lo attaccavo al palato rovinandomi la forma, già storta, dei denti. Perché in quarantena ricordo così tanti particolari inutili della mia vita? Mastico anche le cannucce, ancora. Ogni volta che succhio da qualche lattina o brick del succo (l’Estathé non mi piace) mordicchio alla fine tutta la plastica. La incastro nello spazio fra gli incisivi. Deve essere qualcosa di orribile da guardare ma lo faccio con incredibile nonchalance nelle sere d’estate, ai tornei. Salamella, patatine, bibita, menù. Prometto di non farlo più, ora che ci rifletto, credo sia una specie di tic nervoso. E forse non farò più tornei, ma mai dire mai.

Nonna diceva che non si può mai sapere, anche quando schifavo allegramente qualcuno o qualcosa. Mi diceva “eh, non lo dire, non lo sai.” Poi sognavo appassionanti limonate con persone che mai avrei immaginato, e ho imparato a mangiare le melanzane. “Oh merda” , dicevo, “allora è vero?” Poi ho compreso il potere della consapevolezza, della crescita e la visione distorta dei sogni e non me la sono presa più di tanto. È normale pensare cose del genere? Non lo so, forse no. Però lasciare libere di correre le ipotesi mi solleva dal peso di vedermi già matta in questa clausura forzata. Finché continuo a stupirmi di vedere accadere eventi che credevo assurdi e improbabili, come una pandemia, forse non sono completamente fuori di testa. – è ora di cena.

*E non perché è una serie TV, e il pilota sono io. Sì, forse immagino che sarà una serie di cose, ma episodio come sinonimo di sintomo o precedente della manifestazione di un disturbo mentale. N.B. Ovviamente scherzo e ci tengo all’integrità della mia psiche, specie in un periodo simile, ecco perché scrivo.

Miriam, venticinqueanni e un lavoro da cameriera. Leggo, scrivo, disegno e racconto storie.

2 commenti

  • Mari

    ..mi hai travolta, stravolta e catturata, ferma, immobile, in “ascolto” davanti lo schermo..pazzesca! Grazie delle tue storie.. e dei tuoi pensieri più intimi! Un abbraccio..a distanza!

    • Miriam942

      Grazie mille a te Mary! Sei sempre molto carina, è un piacere sapersi accolti! E sapere di trasmettere queste emozioni. Ti abbraccio virtualmente 😘😉🎈

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