Riflessioni

CRONACHE POP, di una quarantena qualunque.

Guardo il calendario appeso in cucina, controllo se la pagina è allungabile: Marzo sembra un mese infinito. – È sicuro, c’è Aprile nella facciata successiva. – Ma non mi consola. Quando finirà? Con la quarantena forzata il mio cervello matura cazzate, assurdità, collegamenti e psicosi a velocità raddoppiata. Mi chiedo se elucubrare così tanto mentalmente bruci calorie, mentre mangio la seconda banana della giornata. Ho accettato il consiglio “allora mangia un frutto!” quando ti viene fame. Forse il droghiere sotto casa mia, alla fine delle spese pazze, mi regalerà una borsa frigo o qualcosa del genere. Ho supportato la sua economia con tutti i miei acquisti di fragole e banane di questo periodo. Mi va bene anche il set di bicchieri che si spaccano subito. Esco dalla cucina e mi accorgo che il cane mi guarda con curiosità. Non capisce perché siamo a casa sempre. Quando dorme vado a dargli fastidio. Così, mi annoio. Esiste il telefono azzurro dei cani?
Ormai ha capito e non mi dà più retta, se ne va sul balcone disinteressato. Oggi ha abbaiato per la prima volta ad un piccione; – “non ci sono più i cani di una volta!”- Nemmeno quelli. Non c’è nessun fattorino col motorino da inquietare, bambini in bicicletta a cui ringhiare. Niente. Solo qualche moscerino. Oh, è già l’epoca dei moscerini, e quando è successo?
Si ignorano pure fra quadrupedi ora. Anche i felini della comunità dei gatti orfani che ho sotto casa, come un piccolo giardino di Babele, se ne stanno per i fatti loro. Mi fissano dalla finestra della cameretta. Nemmeno Mamia, mamma gatta, si sdraia più sotto i portici alla sua veneranda età come una vecchia matrona romana. Forse fanno dei Flash mob anche fra cani e gatti. Tipo dopo cena abbaiano e miagolano sempre un po’ tutti insieme nel cortile.
Quando dicevo “beato te che sei un cane!” mi sa che non lo pensavo davvero, specie adesso che aspetto la prossima spesa o di andar a buttar la pattumiera per uscire a fare un giro.

Passo moltissimo tempo alla finestra della mia camera, aperta, non c’è molto da guardare, meno male che ci batte il sole al pomeriggio. Casa mia sta ai piani bassi, gli altri palazzi anni ottanta mi occludono la visuale del cielo e dai cancelli, che mi ricordano una cella; vedo solo altri cortili e i campi della periferia milanese.
Ho finalmente capito chi abita nei balconi di fronte a me. Da quando fa più caldo mi diverto ad osservare quelli del pian terreno, hanno il giardinetto. La madre di una di quelle famiglie passa il tempo a gridare al figlio cose tipo: “Non puoi uscire senza felpa, non ti puoi ammalare!” oppure “Avevi detto che dopo pranzo facevi i compiti!” o anche “Con quel cazzo di pallone sul muro, smettila!”. Il bambino, che ho scoperto si chiama Mattia (penso lo sappia tutto il vicinato ormai), sparisce e riappare poco dopo sul balconcino, e tira il pallone zozzo in testa alla madre di spalle, che stende. La coda già spettinata della donna gli rimbalza in fronte. Vedo delle ciabatte volare nel cortile dei vicini, sopra le lenzuola appese.
Non ho mai visto così tanta gente stendere contemporaneamente. Poi ci sono quelli che fanno il giro del cortile con la carrozzina per far addormentare i neonati, i signori anziani che si tengono a braccetto e girano in tondo, mi salutano tutte e quarantadue le volte che mi passano davanti. Incorniciati dalle margherite che spuntano a mazzi.  La primavera, la vita, continuano il loro inesorabile divenire. – Un po’ mi rincuora. –

Sembriamo tanti pesci in un acquario gigantesco. Criceti sulla ruota.
Chissà se c’è un Dio che batte sul vetro-cielo con i polpastrelli e ci fissa. Se si rilassa guardandoci impazzire. Da bambina avevo un acquario a casa, e la sera a luci spente passavo del tempo ad ammirare la comunità dei pesciolini muti. Era triste e avvincente allo stesso tempo. E rifletto solo ora su come ci si abitui e adatti all’ambiente, sopravvive la specie che sa cambiare, più forte, che si sa regolare all’equilibrio universale. Da piccola però, immaginavo solo avventure e gerarchie fra i pesci: il re di tutti lo “scalare” fiero e sbrilluccicante, ne viveva solo uno o due di quelli. Gli squaletti che nuotavano sempre in gruppo erano i “bulli pesciferi”. Un pesce brutto, Quasimodo, che stava sempre in una cavernina, mi faceva tenerezza perciò versavo più cibo dalla sua parte, cosi non era costretto ad uscire. E poi il pesce pulitore che ogni tanto era appeso a bocca aperta verso di me. Mi faceva ridere, il netturbino dell’acquario, forse è come le mamme. Come la mia che se potesse in questo momento metterebbe me e il cane in lavatrice, a mollo, con la candeggina.
Ma non può, perciò si rassegna a disinfettare a orari ciclici le maniglie, le chiavi, il tavolo, il bagno, il soffitto, l’aria…. “aspetta a far pipì! Ho appena disinfettato.” se prima il mantra era “che figura dobbiamo fare se viene qualcuno?” – “ma chi?!”- adesso il ritornello è “Ti sei lavata le mani? Hai lavato di là? Quella camera che sembra un mercato polacco!” non so se lo ha mai visto davvero un mercato polacco, mi incuriosisce questa citazione che fa sempre. Il Covid-19 per lei è un’ altra scusa per tormentare il mio disordine. Mi ha messo ai lavori socialmente utili tipo grattugiare il pane duro da conservare per le cotolette. “Non avrai certo intenzione di stare svaccata nel letto fino alla fine!”- “ah no?!” – La fortuna della sua noia, per me, è che fa tutte le ricette elaborate che di solito scansa per mancanza di tempo.                                                                                             L’altra faccia della medaglia, però, è che lei, annoiandosi, mi disturba con più frequenza con storielle e aneddoti inutili e lunghissimi su storie casuali, tipo le liti dei vicini. Le voglio bene e le sono grata ma abbiamo punti di vista irragionevoli e diversi, rischiamo una guerra nucleare ogni quattro ore. Ore pasti di solito, come le medicine. Le sue considerazioni seminate nelle conversazione sono missili puntati da Cuba, allarmano il mio radar in pre-mestruo. Conte non poteva fare un decreto pure per chiudere i rubinetti al ciclo? Così in preda alle lacrime per l’imminente fine del mondo, per la mia libertà minata, gli ormoni e le costrizioni, l’altro giorno ho intinto i pop-corn nella Nutella. Sale, burro, lacrime e olio di palma. Solo i video dementi, o di maialini che fanno il bagno, rimediano a questo umore apocalittico.
Forse devo scendere a fare un giro in cortile. La palette del mio incarnato sfuma verso l’opacità, non che prima avessi un’ abbronzatura da Caraibi, anzi, però adesso tendo al trasparente, tipo i pesci fluorescenti di quel famoso acquario.
Per rimediare ai sensi di colpa, per i pasticci che ho fatto per merenda, verso l’orario aperitivo, quando la gente libera le gabbie dei propri focolai domestici sul balcone, va a cantare, io corro per casa. Intorno al tavolo rotondo del salotto. Faccio gli addominali con il cane che pensa che giochiamo e si agita esausto. Mia madre mi ignora rumorosamente dalla cucina, borbottando con il lavello aperto per non farsi sentire. Mantiene l’aplomb politico di Gorbachev in questi giorni, finchè non esordisce con: “Lo farai rincoglionire quel cane!”. Quando non ce la fa più a sentirmi far chiasso, nel momento karaoke in cui mi sfogo – “It takessss to foooool to remain sain…” – prende il quadrupede, per preservarlo dall’Amplifon, e scende a fare un giro. Il povero animale domestico avrà bisogno di un psico/cino/terapeuta alla fine della quarantena. (*)

Avevo una lista lunghissima di cose da fare, il problema è che cerco di farle tutte e quaranta in ogni giornata, con la conseguenza di non combinare niente in realtà. Cavalcando solo entusiasmi momentanei, non mi so rilassare, lo ammetto. Mi sto esercitando a concentrarmi su una cosa sola con costanza. L’importanza della self-discipline.  Prima che il mio cervello si sciolga di nuovo sul divano. A volte mi perdo però, specie quando abbindolata dai titoli di certi articoli, abbasso la guardia e leggo notizie di terrore. Casa mia non mi sembra più ne il giardino dell’Eden in cui sono salva, ne la torre di Raperonzolo in cui sono confinata, più un’ isola in mezzo alla lava, una lastra di ghiaccio in balia dell’oceano della pandemia. Vorrei avere l’elasticità mentale dei bambini che trasformano in un gioco, un’ avventura. Saltare temeraria da un divano all’altro quando il pavimento è un mare di fuoco. A volte spero che la carta igienica termini presto per andare al supermercato come ragazzini che vanno al luna park, altre volte, mi auguro non finisca mai, per non espormi a nessuno sfortunato e distratto pericolo. Penso a mia madre che è costretta ad andare al lavoro al mattino, a chi dice che il virus sta mutando in Lombardia, aumenta la letalità, ecc..ecc… Sono quasi contenta che la morte abbia portato via mia nonna prima di questo evento. Mi sorprendo dei miei pensieri. Il male minore, somiglia a questa cosa qui? Ribalta i punti di vista? Sento certezze vacillare mentre vedo cose vagamente immaginate, lette sui libri, definite improbabili, avverarsi. “Resta dinamica e centrata” mi ripeto quando medito, quando l’ansia è troppo alta come l’acqua dove non tocco. Sospesa. Per ora a galla.
Mi riporta alla vita reale la televisione lontana del salotto, la maledetta sigla di quello spot blu sulle regole del ministero da adottare, quella melodia e voce snervante che memorizzerò come la musichetta dell’ora esatta al mattino. “tan tanannananaaraa”. E gli orologi che si muovono sui monumenti.

Non so se mi sta più sul cazzo Amadeus che mi dice come mi devo lavare le mani o i titoli di testa del telegiornale che risuona qui e là da certe finestre rimaste aperte, qua, dalle nostre case popolari. Qualcuno urla, comincia a non avere più i soldi per mangiare. Procrastino la preoccupazione a quando saprò se mi spetta o no, la cassa integrazione del bar. 

“Meno male che ci possiamo videochiamare” il giorno dopo che ho esclamato questa cosa mi sono pentita. – Smettetela di chiamarmi senza avvisarmi: sono riversa nelle briciole dei biscotti sul piumone, con i capelli da lavare, non mi farò vedere! – Certo, mi riportano serenità e buonumore le videochat di amici e parenti che ho fatto in questi giorni, ma l’essere reperibile sempre per un introverso può essere complesso. Non ho scuse per evitare di socializzare. E forse in realtà è un bene perché tutti a loro modo, specie chi non sentivo da molto tempo, ha apportato motivi di risate, serenità, famigliarità in queste giornate estranee e mutevoli. Ormai sogno la quarantena e gente di cui avevo dimenticato l’esistenza, a volte mi alzo di scatto dopo la sveglia (non l’ho mai fatto prima) convinta di dover andare al lavoro e invece si apre un’altra giornata da impegnare. Ci sono outfit da videochiamate da improvvisare, che poi fanno lo screen e hai la stessa coda appesa così da tre giorni. Me li immagino gli stilisti della collezione primavera-estate di quest’anno. Lì, in riunione, a discutere sulle camicie da notte casual, la pantofola double-face, le sfilate con le giacche dei completi spezzati per gli smart-worker e sotto i pantaloni del pigiama a fantasie. 

In fondo è un viaggio anche questa quarantena, ci sono spazi ampi e inesplorati nella mia testa. Giungle di preoccupazioni da superare, deserti di sale da attraversare, nuvole della fantasia da trasformare in disegni da cavalcare per evadere dalla prigionia di quelle che consideravamo certezze, ed ora sono catene che impediscono al nostro spirito di evolversi, di abbandonare le sovrastrutture convezionali. Emergono ricordi, come oasi, di momenti identici e inutili, non gli eventi significativi di una vita ma i pomeriggi al bar, dopo la scuola, scontati, tutti uguali. Serate passate a parlare sui muretti, al parco, Aprile? Giugno?  Non ha importanza, un accumulo di quatidiani attimi condivisi. Monotoni. Eppure speciali ora, suonano la loro singola nota che compone un accordo. La quarantena restituisce il valore ad un tiro di sigaretta, ad una imitazione, ad una risata, al paesaggio da scoprire dietro ad un finestrino. Alla libertà. Non vedo l’ora di sdrairmi nel prato, con l’erba che mi solletica il collo. O di serdermi al bar della spiaggia, con i piedi su una sedia di plastica, addentare la crosta di un gelato con le mandorle. Ascoltare. Fumare una sigaretta rollata che saprà di panna. E di sale. E fissare le onde del mare, lasciandomi rimbambire dal silenzio animato che abita la libertà. Che gioca con le onde.
I bambini si rincorreranno, le mamme urleranno, le palline del ping pong rimbalzeranno ancora sul cemento bollente. Le radio torneranno a farci cantare su ripetitivi ritmi latini. La birra scorrerà di nuovo a fiumi e avrà un sapore nuovo, la sera, un ballo sgangherato. Riderò paonazza, impiastricciata di doposole, dopo sola.
Più spesso insieme. 

(*) i prodotti contrassegnati potreb….. No, scherzo, ci tengo a precisare che nessun cane è stato maltrattato per scrivere questo testo o in questa quarantena, anzi.

Miriam Oufatah

Miriam, venticinqueanni e un lavoro da cameriera. Leggo, scrivo, disegno e racconto storie.