Appunti,  Ricordario

LA PRESA DEI BOUQUET AI MATRIMONI.

Tratto da una storia vera, accaduta “per sbaglio”(…)

Uno dei settori che ha risentito di più di questa pandemia è sicuramente quello dei matrimoni.
In primavera si apre la stagione della cacc…emh, delle nozze. Quei sabato da Maggio a Settembre occupati da giornate che dilatano lo spazio e il tempo (e lo stomaco). Il Big Bang è stato generato da un matrimonio in meridione.
Ma sull’argomento si sono spese già tante parole, perciò parlerò di un evento specifico che è ancora un momento controverso delle cerimonie: IL LANCIO DEL BOUQUET.

In venticinque anni ho avuto l’occasione di partecipare a diversi matrimoni, al sud, al nord, d’estate, d’inverno, di parenti, di amici, di seconde nozze e riparatori. E senza che ce ne rendiamo conto, al momento del lancio, tradizione vecchia come il mondo, emerge la vera natura delle differenze di genere. È il momento meno politicamente corretto di tutta la giornata, vanno a farsi fottere anni di lotte di estremiste femministe e suffragette. Dura sette minuti al massimo, sufficienti per lasciar affiorare la più primitiva e istintiva competitività femminile e umana.
Inizia così: sei lì che sorseggi dal tuo calice il vino, è l’undicesima bottiglia del tavolo, sette di quelle probabilmente le hai bevute tu insieme a quel conoscente e quell’amico che ti sono capitati affianco, che continuano a versartelo per farti sapere che la cavalleria non è morta. (O per circuirti)
– “Assaggia questo!”
E tu, che quel giorno ti senti particolarmente sicura di te, in blu elettrico, lungo, sciorini le tue migliori battute avviando un improvvisato Cabaret con le diverse spalle del tuo tavolo: l’amica single, l’amico gay, quello allergico a tutto, la coppia dove lei storicamente ti odia perché siete tutti amici d’infanzia, e lui ride con te; mentre lei gli sta aggrappata alle spalle come uno zainetto per tutto il ricevimento (lei sta in abito grigio tonalità “zoccolasmettiladiflirtarecolmioragazzo”, inamidato).
Tu, nel frattempo, che non hai più coscienza della tua temperatura corporea, sei ustionata da una sola parte, perché ovviamente hai il posto al sole (è Luglio). Mangi indossando gli occhiali scuri alla Elton Jhon, perché si intonano all’outifit e fanno attore in hangover dopo la premier.
Vivisezioni l’arrosto dal pepe verde, raccolto da vecchie cieche delle Ande, che nel menù è citato come secondo-secondo di carne: “Slice di arrosto bovino a km 0 (nel senso che non camminava mai?) sfumato al vino blanche (perché non ce ne era abbastanza a tavola?) con bacche di Jojoba (pure qua?) Goji, bacche di Goji, con salsa al Pepe Verde Andino Bio, su letto di pommes de terre croccanti aromatizzate alla autoctona SalviaRosmarinus.”
Scrivere “arrosto con patate al forno” faceva cafone, eh? Secondo voi, io, al secondo-secondo (che corrisponde più o meno al thè delle cinque) capisco la differenza del pepe bio, dal pepe Cannamela?

Nel pomeriggio, tardo pomeriggio, ma potrebbe anche già essere sera visto che il sole d’estate tramonta dopo. Sempre che esista ancora un pomeriggio in giorno così. (Allora diremo per convenzione tra il terzo-secondo e il sorbetto.) Insomma, ad un certo punto, avrete abbandonato il tavolo e sarete con un calice in mano a farvi selfie mossi in quindici (tutti con le facce tagliate e gli occhi chiusi) o ad importunare gli ospiti che conoscete, fino a quando non sarete stufi di aver raccontato per la ventesima volta nell’arco di un’ora cosa fate adesso nella vita (o molto più probabilmente cosa non fate più, o non siete riusciti a fare) e cercherete un posto in cui sedervi soli, a rigenerarvi.
Così, gironzolerete tra i gelsomini in fiore, dall’odore pungente e nauseante, e tra gli alberi e le fontane della tenuta in cui avviene la festa. Osserverete le neo-mamme esaurite, con i passeggini colmi di oggetti per distrarre quei pargoletti dei loro figli, che hanno pianto per tutta la celebrazione a ritmo della marcia nuziale (manco l’avessero remixata i teletubbies) ed ora invece, sembrano degli angioletti che afferrano le api e profumano di salviette umidificate.
Le mamme vi riterranno il male minore pur di fuggire qualche minuto alla monotonia, e sarete degni di fiducia appena quel cosino vi sorriderà. Farete quei versi tipo:
-“Machièquestofagottinopulcinoripienodimele-bbrrr”
(una parte di voi l’addenterebbe, non mentite!) Ve lo siederanno in braccio, con la camicetta fuori dai pantaloni che fa vedere la panzetta, e ti sentirai come se ti avessero dato in mano una granata di pappette pronte a esplodere con un rigurgito in faccia, con i pugni pieni di bava che si incastrano nei tuoi boccoli sfatti. Vi fisserete per qualche istante e il tuo unico pensiero sarà: “Ti prego non piangere!”
– “Lo guardi tu? Devo andare un attimo in bagno.”
– “Ehi, veramente io no…”
Loro scapperanno al tavolo a trangugiare il calice di vino bianco sgasato e caldo di sole. Probabilmente era quello dell’aperitivo. E rimarrete soli, faccia a faccia con la responsabilità di una vita.
Voi comincerete a dire cose tipo “bubu-settete, di chi è questo nasino, eh? Ti ho rubato il nasino!” raggiungendo una gamma di decibel non ancora registrata; e farete boccacce al bimbo, cercando di non muoverlo come i tesori di Indiana Jones: sapete che scatterà la trappola e comincerà a frignare se lo sballottate troppo. E avete paura di romperlo manco fosse un vaso originale della dinastia Ming.
Quei cuccioli d’uomo con il doppio mento, vi guarderanno come Ollio guardava Stanlio quando faceva una cazzata. Ed esaurite le canzoncine, riconsegnerete quel cimelio, che nel frattempo si è cagato addosso, al padre. Che, ubriaco con gli occhiali da sole al contrario, la cravatta annodata alla testa e la camicia macchiata, sta facendo il fenomeno tra i suoi amici palleggiando la pallina a sonagli del figlio.
– ”Perché lo hai tu? Cosa devo fare?”
– “Non lo so! È tuo! Aahh!”
– “Ehi, non mi lasciare!”
E comincerete a correre con il vestito tra le mani tipo Shoshanna Dreyfus quando scappa dal colonnello Hans Landa (*). Sentirete nel lamento infantile (parlo del padre) “l’au revoir”, e l’eco del giorno in cui toccherà a voi destreggiarvi tra rutti e pannolini.
Riacquisterete i vostri vent’anni entrando nella sala al chiuso della villa settecentesca, fingerete di essere Elisabeth Bennet attraversando il corridoio e, ammirando i marshmellow al buffet dei dolci che stanno allestendo, tornerete un po’ bambini voi.
Il direttore del catering (che somiglia a Ditocorto in frac) in combutta con la mamma dello sposo, che vi conosce e sa che potreste distruggere in un attimo la scultura di liquirizie a forma di sposo e sposa nani, vi osservano malamente mentre vi infilate in bocca, alla velocità della luce, le nuvolette di soffice zucchero che avete appena rubato. Poi, sorridendo come uno scoiattolo con le guance piene di ghiande, vi avvierete furtivi fuori, verso il gazebo.
E là avverrà: il momento climax, il debutto in società, l’evento che non ti condannerà, almeno scaramanticamente, alla zitellaggine perpetua.

Sarai sotto al gazebo, e prenderai la bottiglia di un tavolo qualunque, verserai il calice numero boh della giornata, che forse non è manco il tuo (in barba al covid) e starai per annegare nell’alcool il posticcio dolciastro che hai in bocca, quando la voce dell’animatore annuncerà la scaletta. Il tipo che intrattiene, di solito, è una specie di “Fiorello che non ce l’ha fatta” con riduzione over65 sul bus e la tinta nera fatta in casa, tutto lampadato, oliato, nella gamma delle sfumature di Carlo Conti.
– “Yeah, ragazzi, come state? Avete assaggiato il buonissimo sorbetto al limone di Sorrento? Io no. Ci vuole adesso, eh? Una bella limonata… uh. Lo sposo ha già chiesto il divorzio? E la sposa, gli alimenti?”
La mamma della sposa, in rosa antico, con la cotonatura dei capelli che ormai è svenuta da un lato, tossisce ai limiti del soffocamento.
Lui ride da solo, in dentiera grigio fumè, con tre “Eh-eh-eh” e fa partire un musica latina da “festival del reggaeton” dei primi del 2000, e si dimena come un’anguilla di Comacchio, con una camicia chiazzata di sudore, aperta sulla catenazza d’oro. Sta sopra ad un palchetto grande come la postazione dell’arbitro in una partita di pallavolo.
– “Bene, bene, bene, bella gente, è arrivato il momento più caldo di tutti. Quello che aspettavamo da questa mattina, la battaglia più sanguinosa di tutte. Future spose siete pronte? Venghino sijore, venghino! È arrivato IL LANCIO DEL BOUQUET!”
Ecco, un buon animatore, al di là del suo difficile umorismo, si vede in quei momenti lì. Nel tempismo di annunciare situazioni del genere, quando sono tutti presenti, tranne la sposa.
Che di solito è in bagno a fare pipì con due damigelle che le tengono lo strascico, e la damigella d’onore che stringe l’illusione del mazzo di fiori. Con loro, dalla sera prima, il maniaco per eccellenza: il Cameraman.
– “Ecco tesoro sì, più cruenta con quello scarico. Finiscila quella carta igienica!”
Pensa di essere Kubrick, alle nozze rosse di Got, e la insegue dappertutto (prendendo a gomitate chiunque sul tragitto) per fare i contenuti extra, il director’s cut, di quel maledetto filmino che arriverà agli sposi dopo anni, manco fosse una saga. Loro tenteranno di farvelo rivedere ogni volta che andrete a trovarli, per ricordarvi come avete iniziato a frequentare gli alcolisti anonimi:
– “A vedi, qua stavi ballando con il papà della sposa Maracaibo! Sul tavolo! Però guarda che belli!”
(Sì, l’ho fatto davvero…)
La sposa richiamata all’ordine, corre sventolando il bouquet come un trofeo verso lo spiazzo. Gli invitati ubriachi russano sulle sedie con le cravatte allargate fino all’ombellico. Le coppie legittime ed improvvisate, che si erano imboscate, riemergono dal sottobosco tra i lamponi: le donne con le complicate pettinature, sono tutte scompigliate, e gli uomini escono con i bottoni della camicia allacciati storti.
– “Ti sei messo il rossetto?”
– “Eh?… Umh? Ah, è burrocacao! Con il caldo mi si seccano le labbra.”
(…)

– “Forza, donne, è arrivato l’arrotino!” dalla torre di controllo Fiorellodeipoveri urla al microfono. “Venite, su, c’è il lancio del Bouquet!”
Se ci fate caso, a quel punto, c’è un attimo di sospensione, una specie di quiete prima della tempesta. Il momento di silenzio dopo il primo tuono in lontananza, dove l’aria è elettrica ma tutti sono paralizzati ma con i sensi iper-vigili. A parte i moscerini che volano come i pazzi.
Gli uomini fidanzati deglutiscono l’intero banchetto per l’imminente sciagura, e se potessero, tirerebbero una bastonata sulle ginocchia delle compagne mentre si avviano al fronte. Stanno muti, con i calici vuoti in mano, bevono l’aria, guardano l’orologio, contemplano il paesaggio bucolico, come fosse il momento in cui la prof. sceglie chi interrogare e scorre quel suo dito nodoso sul registro. E la tachicardia, la senti che aumenta, quando di sguincio incrociano gli occhi vitrei, esaltati, delle loro compagne che così conciate somigliano al Joker. Sia per il trucco colato col caldo, che per l’umore. Gli amanti s’allontanano lentamente in moonwalking come se fossero di fronte a mamma orso. Qualcuno si finge morto.
Le donne invece, reagiscono in due modi diversi. Le prime, quelle che corrono in mezzo alla pista a prendere i posti migliori per assicurarsi un posto sull’altare, di solito fanno parte di queste categorie:
1. La damigella d’onore, la migliore amica della sposa (con cui ci sono degli accordi interni, corrotti, ai limiti di tangentopoli “Mettiti alla mia sinistra, faccio due finte e alla terza tiro, ok?” e il cameraman all’improvviso è Fabrizio Corona)
2. L’amica single-a-tratti, di mezza-età, si trascina una storia prendi-e-molla da anni ma ha l’account Tinder Premium, si innamora solo di uomini con evidenti sociopatie o già impegnati (io fra dieci anni praticamente).
3. L’amica goffa che non si fa la ceretta ai baffi, con gli occhiali a fondo di bottiglia (è una veterana, lei conosce perfettamente gli schemi di gioco del lancio. È andata a tutti i matrimoni dei presenti. È una nemica da non sottovalutare solo perchè è bruttina, ha più volontà di te!) a volte è single, più spesso sta con un figo.
4. Quella fidanzata dall’adolescenza con lo stesso uomo, sono cresciuti insieme e sono dieci anni che lui le scoreggia nel letto e non si decide a farle la proposta (lei vuole il bouquet per menarlo a mò di mazza)
5. La tipa che sta insieme a quello con i dubbi esistenziali: “Penso di avere la vocazione, aspettami, devo comprendere se voglio fare il prete!” (vi risparmio la digressione)
6. Ed ultima ma più infima: la bambina, la cuginetta, (a volte sono due) che le donne adulte guardano con sorrisini finti come banconote da sette euro, e fra i denti dicono “Fuori dai coglioni bambinetta di merda! Non ruberai, per uno stupido gioco, il mio sogno di invecchiare insieme a qualcuno!” le spingono (sempre ridendo) ai bordi, alle zie già sposate, che le portano via di peso tra gli strilli: “è una cosa da grandi!”
Freud, forse, attribuirebbe qualcosa a quel trauma: l’invidia del mazzo.

Le seconde invece, sono tutte le ragazze single, che studiano, lavorano, che hanno rapporti occasionali o stanno con compagni di cui sono indecise. Oppure, sono quelle che hanno relazioni da poco tempo; l’intimità non è così salda, per cui non sanno davvero se si sposerebbero con lui. (Per capirci: gli fanno ancora intendere che loro non fanno la cacca e che non sono affatto gelose delle loro ex.)
Queste guardano i compagni e gli altri uomini single, che nel frattempo con le cravatte stanno cercando di impiccarsi ai ciliegi, e si radunano inconsapevolmente. Tipo acciughe che fanno il pallone per l’alalunga (De Andrè) e cominciano la processione timidamente verso il sacrificio della loro indipendenza. Mentre seguono un passo dopo l’altro e dicono:
– “Ma va, ma io mica lo voglio prendere, mica ci credo!”
E si allacciano la fascetta di guerra dietro la testa, assicurandosi di non aver indosso i tacchi ma le scarpe di ricambio per saltare. È la corrente che ti trascina, non puoi fare il salmone. Anche se in quel momento non lo vuoi. L’idea del “malcomunemezzogaudio” ci solleva tutte dall’imbarazzo (anche le femministe incallite) di manifestare un desiderio comune che abbiamo tutti (chi più, chi meno, chi a volte, chi sempre) di essere amati, e di coronare un’unione universale con questa cazzo di anima gemella. Non solo per convenzione sociale.
Uomini, ricordatevi sempre che prima di mettere voi ai domiciliari, il nostro obbiettivo prendendo il bouquet, è manifestare il primitivo desiderio di supremazia femminile. Una vanità essenziale.
È radicato in noi, tra le insicurezze generate (e mai curate) da quella volta, che quella bambina malefica, si è messa a piangere alle prove della recita di Natale, e ci ha fatto togliere la parte della protagonista. Relegandoci a fare la palma nella Natività. È un cazzo di rivincita! Chi ha il bouquet fa Maria, OKKEI?!? Non la Stella Cometa, MARIA!

– “CAMON’, al de singol ladiz! Sul prato a prendere il bouquet. E niente lotta nel fango eh!”
La mamma della sposa ha un mancamento sulla sedia, si tiene alle perle. Fiorellodeipoveri darà un segnale al suo deejay (che è venuto al matrimonio con una maglietta dei Kiss senza lavarsi i capelli) che farà partire Beyonce a tutto volume. Domanda e digressione seria: che hit mettevano prima dell’avvento di questa canzone, per questo momento così sacro? Madonna tipo? (Tutto torna….)
Se guardate il video di “All the singles ladies” fa un tutorial sulle mosse da adottare nella mischia dietro alla sposa, per la palla. Sono manate, calci e pugni a destra e sinistra la coreografia. Si sculacciano da sole come a dire “Baciami il culo stronzetta, il re magio sto Natale lo fai tu!”
Lo sposo, nel frattempo, ha richiamato tutte le presenti, trascinate di peso alcune. Le ha raccolte in una transumanza come fa un cane da pastore quando raggruppa il gregge. Lo sposo si sta vendicando nei confronti dei suoi amici celibi:
– “Non vedo perché se sono sposato io, gli altri si debbano salvare!”
Gli invitati e i ragazzi cominciano a fare video del momento, perché sanno, che nonostante la roulette russa della loro definitiva implicita scaramantica condanna (è tipo il malocchio), quello sarà un momento tragicomico ed epico. Loro, le donne, sono lì, schierate come la nazionale della Nuova Zelanda di rugby prima dell’Haka, con gli spacchi del vestito aperti sulle cosce in squat (anni di pipì senza toccare la tavoletta) pronte per elevarsi come Michael Jordan, ma mascherano le loro intenzioni con le mani congiunte fra loro, davanti, vulnerabili, in preghiera.
– Ecco la posa tipica della caccia al bouquet. –
– “Un po’ di suspance, uomini, il vostro ergastolo è vicino, oooooohhhhhhhh. TRE, DUE, UN…” la sposa carica il tiro e l’amico giullare (lo riconoscete subito: è quello che fra una trentina d’anni sarà lo zio burlone che a Santo-Stefano urla “Tombola” dopo due numeri estratti.) irrompe correndo davanti alla fila di donne, rischiando di essere sbranato tra i ridolini.
Gli amici ridono isterici, in segreto lo ringraziano per aver allungato l’agonia e spingono a calci i bambini in mezzo a far caciara nella speranza di mandare tutto a monte.
– “Era una finta!” ribadisce Fiorellodeipoveri, come se non ce ne fossimo accorti…
– “Tre, due, uno….” la sposa, se si sente particolarmente euforica, fa una seconda finta prima della terza, definitiva.
– “Eh su Sposaaa, DAJE! Siamo tutti in trepidante attesa della ghigliottina. Oooooohhhhhhhh…”

A questo punto vi racconterò come io presi il bouquet ad un matrimonio. Per sbaglio. Tra quaranta donne in età da marito, tra fidanzate da un paio d’anni o avviate con la carriera, con gli studi finiti, dottoresse, infermiere, ordinate, (sobrie.)
All’epoca ero single e senza grosse aspirazioni sentimentali, ero appena tornata da un periodo in Portogallo, non sapevo chi ero e cosa facevo. Avrei dovuto lasciare l’occasione di prendere il bouquet a donne più fiduciose di me nelle tradizioni, più meritevoli, (o più disperate).
Perciò stavo lì, inconsapevole, davanti solo per stare con le mie amiche (che avevano relazioni stabili e di lunga durata) a commentare l’assurdità del momento.
Alla terza finta, io avevo una mano sul fianco, scazzata, con l’altra gesticolavo verso un discorso biascicato ad un’amica affianco a me (il trucco dell’illusionista, distrarre l’attenzione dello spettatore) quando ho visto una macchia rosa acceso, a ventaglio, arrivarmi di profilo sugli occhiali da sole. D’istinto, come se mi avessero lanciato il bebè incontrato prima, ho indietreggiato e aperto le braccia per farlo atterrare, e la me tra dieci anni (l’amica degli uomini impegnati) mi è cascata davanti. Aveva allungato il braccio in un tentativo estremo di presa, tipo Rose che cerca Jack sotto la porta. Ma, deviando la traiettoria del bouquet di pochissimo, ferendolo, in mille piccoli petali rosini lo aveva sparpagliato sull’erba affianco a lei. Ho arraffato quel che ne rimaneva con un riflesso nervoso: “QUELLA CAZZO DI PARTE, IN QUELLA FOTTUTISSIMA RECITA, ERA LA MIA!” e un forzato applauso delle altre mi ha riportato alla realtà.
La fotografa (in società col cameraman) mi è corsa incontro con il grandangolo sui pori del mio naso mentre dicevo: “Ma io non lo volevo, l’ho preso così, d’istinto, per sbaglio…” – PER SBAGLIO. – Così ho firmato la mia condanna a morte per il resto del ricevimento. All’improvviso, alla fila per il bagno delle donne (senza la scorta), ero J.F. Kennedy e loro gli attentatori:
“Se non lo volevi non dovevi partecipare.”
“Ma scusa tu sei fidanzata?”
“Ma chi lo vuole, tanto è tutto distrutto ormai, guarda che brutto.”
“Dovresti donarlo a chi ne ha più bisogno.”
Ma cos’è un rene?
Andavo a pisciare con il bouquet. Al momento dei balli di gruppo l’ho nascosto.
Credo che sia un rituale da vivere per questo motivo. Ecco perché è simbolico, non solo come evento propiziatorio ma serve a comprendere il peso della carica, della moglie… E per testare il peso del mazzo, perché fidatevi, sembra leggero in mano alla sposa, ma se ti arriva in testa secondo me te la spacca.

Ho preso un bouquet. L’ho preso per sbaglio. Ed era una cosa che volevo fare una volta nella vita: stava nella lista dei “lanciarmi col paracadute, fare la protagonista, assaggiare un grillo fritto.”

(*) Bastardi senza gloria, Q. Tarantino.

Miriam, venticinqueanni e un lavoro da cameriera. Leggo, scrivo, disegno e racconto storie.

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